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Povertà educativa

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Povertà educativa

Il concetto di povertà educativa è stato introdotto nell’analisi delle scienze sociali alla fine degli anni ’90 per evidenziare che la povertà è un fenomeno multidimensionale e che non può essere ristretto alla sola componente economica. Nel caso della definizione della povertà educativa in quanto fenomeno a sé stante, il riferimento comune di tante produzioni scientifiche è rappresentato dalla definizione prodotta da Save the Children nel 2014, che definisce tale fenomeno come “la privazione, per i bambini e gli adolescenti, della opportunità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni”[1]. Nella definizione di Save the Children, la povertà educativa ha una connotazione assolutamente “multi-dimensionale” per due motivi. Da un lato, si fa riferimento alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989), che in due articoli sottolinea il diritto del minore all’educazione: “Hai diritto ad avere un’istruzione/educazione” (art. 28); “Hai diritto a una educazione che sviluppi la tua personalità, le tue capacità e il rispetto dei diritti, dei valori, delle culture degli altri popoli e dell’ambiente” (art. 29). Dall’altro, la definizione di Save the Children gravita intorno alla teoria delle social capabilities, ispirata dal pensiero di Amartya Sen e che è stata ripresa recentemente da Martha Nussbaum[2]. In tal senso, al fine di arrivare ad una effettiva uguaglianza sociale è necessario passare anche attraverso “la promozione della libertà individuale, intesa in senso positivo come l’opportunità, aperta a tutti, di realizzare i propri progetti di vita”[3].

Risulta allora chiaro come per potere appagare queste opportunità non sia necessario unicamente disporre di risorse economiche ma anche di risorse culturali e “riflessive”, di capacità di giudizio, comunque fondamentali alla realizzazione personale e alla realizzazione della piena cittadinanza.
In base a questo criterio, allora la povertà educativa si rivela come una mancanza di quelle competenze cognitive fondamentali per poter crescere e vivere in una società contemporanea, contrassegnata dalla rapidità dell’innovazione e dalla conoscenza. Ma la povertà educativa si passa anche dallo scarso sviluppo di una serie di capacità “non-cognitive” quali la motivazione, l’autostima, le aspirazioni, la comunicazione, la cooperazione, e l’empatia, altrettanto fondamentali per la crescita culturale dell’individuo.

Come sottolineano Nanni e Pellegrino (2018), le quattro dimensioni operative di questo concetto sono:

1. apprendere per comprendere, ovvero per acquisire le competenze necessarie per vivere nel mondo di oggi;
2. apprendere per essere, ovvero per rafforzare la motivazione, la stima in sé stessi e nelle proprie capacità, coltivando aspirazioni per il futuro e maturando, allo stesso tempo, la capacità di controllare i propri sentimenti anche nelle situazioni di difficoltà e di stress;
3. apprendere per vivere assieme, o la capacità di relazione interpersonale e sociale, di cooperazione, comunicazione, empatia, negoziazione. In sintesi, tutte quelle capacità personali (capabilities), essenziali per gli esseri umani in quanto individui sociali;
4. apprendere per condurre una vita autonoma ed attiva, rafforzare le possibilità di vita, la salute e l’integrità, la sicurezza, come condizioni “funzionali” all’educazione.

E allora, la questione legata alla povertà educativa rappresenta l’idea che ogni essere umano abbia diritto a godere dei livelli essenziali di un insieme di beni primari necessari al suo sviluppo personale e alla sua inclusione sociale proprio perchè è una povertà che nessuno vede, nessuno denuncia, ma che agisce sulla capacità di ciascun ragazzo di scoprirsi e coltivare le proprie inclinazioni e il proprio talento. Le conseguenze sono nell’apprendimento dei ragazzi e nel rischio quindi di entrare nel circolo vizioso della povertà.
La povertà educativa crea delle discriminazioni, anche a scuola purtroppo, quando ad un bambino, a causa della povertà familiare (ma non solo), viene preclusa la possibilità di avere i libri di testo, di partecipare alle gite scolastiche, di mangiare alla mensa con i propri compagni di classe.
Save the Children ha elaborato un Indice di povertà educativa (IPE) che permette di monitorare la capacità dei territori nell’incoraggiare o meno lo sviluppo educativo dei minori[4].
L’IPE prende in considerazione i seguenti indicatori, riguardanti l’offerta educativa a scuola e fuori dalla scuola[5]:

1. percentuale bambini tra 0 e 2 anni senza accesso ai servizi pubblici educativi per la prima infanzia;
2. percentuale classi della scuola primaria senza tempo pieno;
3. percentuale classi della scuola secondaria di primo grado senza tempo pieno;
4. percentuale di alunni che non usufruisce del servizio mensa;
5. percentuale di dispersione scolastica misurata attraverso l’indicatore europeo “Early School Leavers”;
6. percentuale di minori tra 6 e 17 anni che non sono andati a teatro;
7. percentuale di minori tra 6 e 17 anni che non hanno visitato musei o mostre;
8. percentuale di minori tra 6 e 17 anni che non sono andati a concerti;
9. percentuale di minori tra 6 e 17 anni che non hanno visitato monumenti/siti archeologici;
10. percentuale di minori tra 6 e 17 anni che non praticano sport in modo continuativo;
11. percentuale di minori tra 6 e 17 che non hanno letto libri;
12. percentuale di minori tra 6 e 17 anni che non utilizzano internet.

L’indice di povertà educativa è derivato dalla media aritmetica corretta dei punteggi in ciascuno degli indicatori selezionati, standardizzati rispetto al valore di riferimento per l’Italia, fissato a 100. La classifica riflette quindi il punteggio di ciascuna regione nell’indice rispetto al valore nazionale. Punteggi superiori a 100 indicano maggiore povertà educativa e, di converso, minori opportunità di resilienza per i bambini e gli adolescenti.

In base a tali dati sono nove le regioni italiane con livelli di povertà educativa superiori alla media nazionale. Sono incluse in questo gruppo tutte le regioni del Mezzogiorno italiano, oltre le Marche. Le regioni del Centro-Nord si caratterizzano invece per un livello di povertà educativa inferiore alla media nazionale.

Per quanto riguarda la Sicilia nel report “Le mappe della povertà educativa in Sicilia” realizzato da Openpolis e Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, emergono dati assolutamente sconfortanti.

Prendiamo alcuni indicatori regionali sulla condizione educativa dei più giovani. Ad esempio, a fronte di un obiettivo europeo di riduzione del tasso di abbandono scolastico al di sotto del 10%, in Sicilia nel 2019 la quota di giovani tra 18 e 24 anni che aveva lasciato la scuola prima del diploma era il 22,4%. Un valore al di sopra della media nazionale del 13,5% rilevato in quell’anno.

Un dato che va letto insieme ad indicatori di abbandono scolastico implicito, ovvero gli studenti che – pur completando il percorso di studi – non ci arrivano con competenze adeguate.

Ancora un esempio. Per quanto riguarda i servizi prima infanzia, la Sicilia è penultima tra le regioni italiane. Con 10 posti ogni 100 bambini, l’offerta presente sull’isola è poco superiore rispetto a quella della Campania (ultima con il 9,4%) e al di sotto di quella della Calabria (terzultima con l’11%).

Le tre grandi regioni del sud si collocano in fondo alla classifica, molto distanti da quelle ai primi posti: Valle d’Aosta (45,7%), Umbria (42,7%), Emilia-Romagna (39,2%), Toscana (36,3%). Ma anche da altre regioni del sud continentale (ad esempio la Puglia, con il 16,8%) e dall’altra isola maggiore (Sardegna, 29,3%).

Ma il dato medio regionale non sempre è adeguato. Da comune a comune ci sono delle differenze non trascurabili…

Al primo posto Messina, che raggiunge i 17 posti ogni 100 bambini sotto i 3 anni. Seguono Agrigento (13,9%), Siracusa (12,4%) ed Enna (11,7%).

Nessuno degli altri territori raggiunge i 10 posti per ogni 100 bambini, ovvero il dato medio regionale. Le 2 città metropolitane di Catania e Palermo si collocano attorno all’8%. Al di sotto di questa soglia Caltanissetta, con 6,2 posti ogni 100 bambini.


____________

[1] Save the Children, La lampada di Aladino. L’indice di Save the Children per misurare le povertà educative e illuminare il futuro dei bambini in Italia, Roma, 2014.

[2] M. Nussbaum, Creare capacità, Bologna, Il Mulino, 2014.

[3] NANNI, Walter; PELLEGRINO, Vera. La povertà educativa e culturale: un fenomeno a più dimensioni. Caritas, Rapporto, 2018, 91-184

[4] M. Mazziotta e A. Pareto, On a Generalized Noncompensatory Composite Index for Measuring Socio-economic Phenomena, in Social Indicators Research, 2015

[5] L’Indice si avvale della metodologia AMPI, sviluppata dall’ISTAT per il rapporto sul Benessere equo e sostenibile del 2015.

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